RICONOSCERSI E POI CONOSCERSI: VOSTOK100K – LORENZO SCARAGGI

Vostok100K – Lorenzo Scaraggi. E’ capitato così, come spesso accade quando l’inaspettato ti sorprende, che una mattina al telefono due perfetti sconosciuti si sono trovati, sebbene ad un primo sguardo tanto diversi. “Sto arrivando verso Firenze, che dici, me lo offri un caffè?” “Come no, ti aspettiamo!”. Un caffè durato cinque giorni.

Lorenzo, giornalista, reporter, narratore entusiasta, attento osservatore, fotografa i protagonisti della vita che incontra lungo la strada, quella che percorre con il suo camper vintage, un Volkswagen Sven Hedin del 1982, e quella che divora ogni minuto del suo tempo, perché essere viaggiatore è una predisposizione dell’anima, una condizione di necessità. Non ho dovuto spiegarmi a Lorenzo, sa bene che quel costante bisogno di spazio si traduce nell’impossibilità di appartenere ad una sola dimensione. Immuni alle regole e ai condizionamenti delle tendenze, si viaggia per un bisogno vitale, si scoprono diversità per imparare a convivere con sé stessi e da ogni dove si torna a casa con uno strappo nel cuore che solo il tempo può guarire.

La strada non è una parentesi, è la costante, il modo in cui si è scelto di esistere.

Tutto questo è straordinariamente bello.
Tutto, amico mio, è bello.
Sempre.

Vostok100k - Lorenzo Scaraggi
Vostok100k – Lorenzo Scaraggi
Vostok100k - Lorenzo Scaraggi
Vostok100k – Lorenzo Scaraggi

 

1. Lorenzo Scaraggi, giornalista e reporter: fin dove ti sei spinto? Perché? E perché non sei più là?

Mi verrebbe da risponderti con un’altra domanda: quale è il senso della misura?
In realtà non possiamo mai sapere fino a dove ci siamo spinti, e il senso della misura di un viaggiatore è sempre misero, piccolo, limitato.
La risposta giusta sarà sempre “…non mi sono spinto mai abbastanza lontano“.
Se viaggi, se sei curioso, se sei avido di vita, di conoscenza, di incontri, di strade, sarai sempre consapevole che il mondo è grande.
C’è sempre tanto da vedere, tanta gente da incontrare ancora.
Continuo a sentirmi un puntino piccolo piccolo.
Anche quando sono in un luogo bellissimo e guardo l’orizzonte, guardo oltre una collina, un tratto di mare, mi chiedo cosa potrebbe esserci oltre, eppure c’è un momento in cui voltiamo le spalle a quella collina o a quel mare e riprendiamo la nostra strada.
Vivo di continui rimandi, di buoni propositi, di futuri ipotetici in cui un giorno ritornerò in quel luogo e riprenderò quel tratto, quel pezzo di strada che mi divide dalla risposta.
Con il tempo ho imparato a fare pace con questo, ho imparato a lasciare degli orizzonti da conoscere sospesi nella mia immaginazione, ho imparato a dirmi che un giorno riuscirò a trovare la risposta ma sappiamo bene che è impossibile perché ogni orizzonte è il punto di osservazione dell’orizzonte successivo.
Trovo tutto questo molto romantico, mi regala un sogno dopo l’altro, mi spinge a immaginare, a progettare nuove partenze.

L’orizzonte è un dono per l’immaginazione del viaggiatore.

2. Dopo aver vissuto l’adrenalina delle emozioni forti, quelle belle e quelle che fanno paura, come si riesce a sentirsi nel posto giusto in una vita dalla quotidianità cadenzata?

Ecco a cosa servono gli orizzonti!
Quando torni a casa, quando ti fermi dopo qualche mese di viaggio, quell’adrenalina di cui parli continua a scorrere dentro di te, è un senso di inadeguatezza misto alla voglia di non fermarsi che continua a pulsare, giorno e notte.
Spesso mi capita che al mio ritorno io non riesca a dormire.
Dormo poche ore e, quando dormo, sogno la strada.
Giuro, mi sembra di essere al volante del Vostok e di guardare il mondo scorrere fuori dal mio abitacolo.
Questo perché quando siamo in viaggio spesso non ce ne rendiamo conto ma riceviamo milioni, miliardi di stimoli, ad ogni chilometro, ogni giorno.
Quando sono alla guida del mio Vostok ogni albero, cespuglio, edificio, incrocio, volto diventa spunto di immaginazione, di riflessione, di pensieri.
Il cervello è sempre in attività, lavora dieci, cento volte di più.
Passi davanti a un castello e immagini chi ci potesse vivere, leggi il nome di un posto e provi a capirne l’etimologia, guardi un monumento e ne immagini la storia.
Questo accade nella vita di tutti i giorni, figuriamoci cosa accade quando gli stimoli si moltiplicano nella nostra mente, e nel cuore, naturalmente.
Perché anche il cuore pensa, anzi, un viaggiatore pensa con il cuore, si fa guidare dalle emozioni, spesso prende delle decisioni proprio in base ai sentimenti che sta provando in quel momento, si lascia guidare dalle coincidenze e, nella maggior parte dei casi, se ne innamora.
Ogni momento, ogni chilometro diventano parte di una narrazione, di un’avventura reale che stai vivendo proprio in quel momento e allora ti lasci trasportare.
Ecco perché quando torni a casa e gli stimoli sono limitati, sebbene la tua forma mentis ti porti a vivere tutto secondo quella filosofia di vita, continui a sentirti inadeguato e continui a sognare le prossime partenze.
E qui ritorno all’orizzonte, perché sono gli orizzonti che mi salvano.
Ho sempre abitato in case davanti al mare, ho sempre avuto bisogno di guardare l’orizzonte per sentirmi vivo.

3. Lorenzo, hai rimpianti?

I rimpianti non ti fanno vivere bene.
Ogni volta che mi trovo davanti a una scelta che potrebbe rivelarsi un rimpianto decido di eliminare quella eventualità alla base.
Certo, ci sono delle situazioni in cui in un modo o nell’altro avrai il rimpianto di non aver preso la strada alternativa ma, come ti dicevo prima, ho imparato a far pace con questa cosa e ho capito che bisogna trasformare il rimpianto in uno scenario futuro, trasformare le strade che non hai preso nelle prossime strade che prenderai.

4. E poi un giorno arriva “lui”, Vostok100K, il tuo camper vintage, casa, redazione mobile e compagno d’avventura con cui hai percorso chilometri fino ai confini dell’Europa e oltre. Cambi pelle inseguendo la vita ma il cuore batte sempre con la stessa intensità…

Vostok è il mio vascello, uno dei miei più grandi amori, il mio destriero, il mio compagno di viaggio, il mio completamento.
Quando sono a bordo del Vostok sono felice perché riesco a vivere quello che ho sempre desiderato.
Chiaro che anche quando non c’era ogni viaggio mi rendeva felice, ma viaggiare a bordo del Vostok è diverso, è la mia passione, il mio lavoro, la mia casa.
Non è stato facile.
Il percorso che mi ha portato al Vostok è stato un continuo costruire, assemblare la mia vita in base a tutti i pezzi che io ritenevo importanti.
Il progetto Vostok è arrivato proprio in un momento della mia vita in cui stavo tirando le somme.
I quarant’anni erano vicini, le esperienze vissute a decine la curiosità, l’amore per il mio lavoro, la passione per la scoperta e la consapevolezza di costruire qualcosa di importante.
Costruire.
Costruire usando tutti i pezzi che componevano il puzzle della mia vita e partire alla ricerca dei pezzi mancanti: questo è stato il motivo per il quale ho deciso che il mio lavoro sarebbe stato il continuo andare alla ricerca di storie.
Forse tra qualche anno le cose cambieranno perché avrò esigenze diverse ma ormai l’evoluzione in funzione del cuore è in corso e so bene che ogni evoluzione sarà un aggiungere e sottrarre, un plasmare e disfare, accelerare e rallentare, sempre con un orizzonte da raggiungere per essere felice, per sentirmi realizzato.

5. Gli affetti importanti, Il Vostok, la tua amata Puglia, il bisogno continuo di appropriarti dei colori dell’esistenza, una professione costellata di una miriade d’incontri e Lorenzo, mi chiedo, l’hai mai perso lungo la strada?

Cambiamo tutti i giorni, amica mia.
Quante volte ci ritroviamo a ringraziare noi stessi perché nel passato abbiamo preso una decisione piuttosto che un’altra?
Il Lorenzo che sono oggi ringrazia quello che ero qualche anno fa, oggi ringrazio quel Lorenzo che ha fatto tanti sacrifici per giungere a questo e, probabilmente, tra un anno mi ritroverò a fare lo stesso con il Lorenzo che sono adesso.
Dove sono finite quelle parti di me?
Si sono perse? Si sono evolute, sono cambiate, hanno preso altre strade?
A me piace pensare che nessuno si perde realmente se non lo vuole.
C’è un film che adoro rivedere ogni volta che posso: Mediterraneo di Gabriele Salvatores.
All’inizio c’è il tenente Montini che dice “Avevamo tutti quell’età in cui non sai ancora se mettere su famiglia o perderti per il mondo“.
Ho pensato spesso a quella frase.
Ci penso ancora oggi.
A volte ho avuto la tentazione di fermarmi, perché magari mi ero innamorato di un paio di occhi o di un sorriso, altre volte ho creduto di perdermi per non tornare più.
Oggi ho capito che tutto fa parte del gioco e vivo la mia vita come un eterno nostos, come un eterno ritorno e questo mi rende felice e nostalgico al tempo stesso.
Felice perché so che anche al ritorno il viaggio non è ancora finito.
Nostalgico perché mi manca sempre qualcosa, magari un luogo che ho visto o la mia prossima partenza.
Scherzo spesso dicendo che mi manca la mancanza di qualcosa.
Partenze e ritorni, partenze e ancora ritorni.
Ma quando si torna, si torna realmente?
Io credo di no perché ogni partenza e ogni ritorno non sono altro che parti di un unico viaggio alla ricerca di quello che abbiamo perso o di quello che perderemo ma ancora non lo sappiamo.
Forse ognuno di noi è il porto della Itaca di cui parla Kavafis, nella sua bellissima poesia.
Ognuno di noi è alla ricerca del ritorno a quel sé stesso che si è perso ma è giusto che il viaggio duri il più a lungo possibile.

Itaca è il cuore di ogni uomo che si è perso, è la forza che ti regala il “bel viaggio“.
Tutto questo è straordinariamente bello.
Tutto, amica mia, è bello.
Sempre.